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Aberrazione, Binocolo, Lunghezza d'onda
L'occhio umano
Una delle prime cose che dobbiamo fare per iniziare a ricavare il meglio dall'osservazione è partire da noi stessi, cercando di capire come funzionano i nostri occhi e su quale dei due possiamo fare maggiore affidamento.

OCCHIO UMANO E CERVELLO
L'occhio umano è già di per sé un oggetto molto complicato, che per funzionare al meglio va preparato e, almeno un po', conosciuto. Il modo di lavorare dell'occhio durante le ore diurne è completamente differente rispetto al modo di lavorare utilizzato nelle ore notturne, dal momento che - all'interno dell'occhio stesso - cambiano proprio gli strumenti utilizzati.
Il nostro apparato visivo fornisce il meglio di sé alla lunghezza d'onda di 550 nanometri, che corrisponde alla massima emissione del Sole. Durante il giorno la pupilla si chiude molto consentendo una visione che permette la visione di colori e dettagli molto piccoli. La visione diurna è detta visione fotopica e sfrutta la parte centrale della retina, dove sono presenti i coni. La massima percezione visiva corrisponde alla zona in cui questi coni sono maggiormente presenti ed è detta fovea centralis. Questa zona è l'asse ottico dell'occhio: se guardiamo un punto fisso, man mano che ci allontaniamo da questo la nostra vista tende a diminuire. Quando la pupilla è ridotta al minimo, l'aberrazione sferica del nostro occhio è minima ed è per questo che riusciamo a cogliere i dettagli più piccoli (sempre che non abbiamo altri problemi di vista, ovviamente): tutte le lunghezze d'onda finiscono più o meno sullo stesso fuoco.
La visione notturna è definita visione scotopica e non è più a carico dei coni, ma di altri sensori fotoricettivi chiamati bastoncelli, disposti nella parte periferica della retina, intorno alla fovea centralis. I bastoncelli si attivano quando i coni non riescono più a recepire luce. Il problema dei bastoncelli è che sono molto più ricettivi dei coni (di circa mille volte) ma non percepiscono i colori, ed è così che di notte vediamo tutte tonalità di grigio e che, per dirla con un proverbio, di notte tutti i gatti sono grigi.
Una volta ricevuto il segnale visivo, diurno o notturno che sia, questo segnale viene fornito al cervello e lì la cosa si complica. L'elaborazione dell'immagine, infatti, dipende molto da pratica e conoscenza. A volte il nostro cervello può impantanarsi nella decodificazione di un segnale soltanto perché non lo ha mai visto prima ma, dopo questa inizializzazione, le successive osservazioni dello stesso oggetto risulteranno molto più veloci dal punto di vista dell'elaborazione. Molti dettagli lunari, ad esempio, possono sfuggire ad una prima osservazione ma, ripetendola oppure studiando prima ciò che si vuole guardare, saranno ben visibili una volta presa consapevolezza maggiore.

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L'occhio dominante
Per capire quale è il nostro occhio di forza bastano 5 secondi. Fate un cerchio con pollice ed indice della mano e portate questo cerchio ad una ventina di centimetri dal naso. Usatelo come mirino, con tutti e due gli occhi aperti, per inquadrare qualcosa, un oggetto che preferibilmente riesca a stare tutto nel cerchio oppure un punto particolare di un oggetto più grande.
Chiudete in maniera alternata i due occhi e continuate a guardare all'interno del vostro mirino. Quando chiudete uno dei due occhi, l'oggetto si sposterà notevolmente dal centro del mirino (a volte uscendo addirittura fuori dal campo inquadrato, mentre quando chiudete l'altro occhio l'oggetto si muoverà molto di meno, rimanendo pressocché al centro del campo visivo. L'occhio che sposta di meno l'oggetto è il vostro occhio dominante quindi è quello che dovrete usare per l'osservazione telescopica al fine di ottimizzare l'osservazione e minimizzare la stanchezza.
Ovviamente questo accorgimento vale soltanto per l'osservazione telescopica, visto che ad occhio nudo e con un binocolo gli occhi da usare sono due.

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A cura di
Stefano Capretti
Ultima modifica: 27/08/2010 Il sito è stato visitato 414169  volte
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