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Hubble ed espansione dell'universo Condividi
Da un universo statico e limitato alla scoperta delle galassie e del loro movimento.
Argomenti della pagina
Termini da conoscere
Ammasso aperto, Corpo celeste, Costellazione, Effetto Doppler, Energia, Galassia, Gravità, Lunghezza d'onda, Magnitudine, Massa, Materia, Orbita, Pianeta, Parsec, Redshift, Righe di emissione, Sfera celeste, Spettro stellare, Stella, Supernova
Il cielo inizia a muoversi
In ogni momento della notte, se alziamo gli occhi al cielo, abbiamo la sensazione di qualcosa di immutabile. Certo, la Luna si sposta: a volte c'è, altre volte non c'è, a volte è piena ed altre volte è una falce sottile verso ovestHyperLink. E' vero anche che i pianeti si muovono abbastanza rapidamente nel cielo e che tutta la volta celeste ruota intorno alla Stella PolareHyperLink perché la Terra ruota su sé stessa, ma depurando il tutto da Luna e pianeti e fermando la Terra, avremmo la netta sensazione che le stelle fisse siano in effetti fisse. E del resto, senza questa sensazione, nessuno le avrebbe mai chiamate "stelle fisse".



Il movimento della Stella di Barnard negli anni, evidenziato rispetto alle stelle che formano il triangolo in giallo.
Nonostante la sensazione, però, le stelle si muovono. Eccome se si muovono! E si muovono a velocità per noi inimmaginabili di centinaia di chilometri ogni secondo tanto che in un anno solare una stella può percorrere qualcosa come dieci miliardi di chilometri.
Ma se è così, perché anno dopo anno si trovano sempre allo stesso posto in cielo? In realtà neanche questo è vero, ma i movimenti nel cielo sono quasi impercettibili. Se ai nostri occhi restano ferme, nonostante la grandissima velocità, è soltanto perché la distanza percorsa in un anno è misera cosa rispetto alla distanza che le separa da noi.
La stella "veloce" nota come Stella di BarnardHyperLink si muove rispetto alla nostra visuale alla velocità di 89 km/s (circa 2,8 miliardi di chilometri all'anno), ma dista da noi qualcosa come 56 bilioni di chilometri con il risultato che anno dopo anno la sua posizione nel cielo si sposta soltanto di 0,0029 gradi.

Il moto proprio di una stella, e di un corpo celeste in generale, è il suo spostamento nella posizione apparente sulla volta celeste.

Questo movimento, ovviamente, è maggiore per i corpi celesti più vicini. Quando siamo in macchina vediamo sfrecciare gli alberi lungo la strada perché sono vicinissimi, ma se guardiamo il Sole ci sembra sempre allo stesso posto nel cielo durante il viaggio.

Le osservazioni passate ci hanno insegnato che nulla, nell'universo, è statico. Tutto è in forte espansione e tutto si sta allontanando da tutto il resto, non solo da noi. La conseguenza di questa scoperta è fondamentale per la cosmologia: se con il passare del tempo tutto si allontana, possiamo ben capire che se potessimo tornare indietro nel tempo vedremmo tutto avvicinarsi fino ad arrivare in un determinato momento in cui tutto è unito. E' proprio questo momento che chiamiamo inizio dell'universo.

Ma come si è giunti a capire tutto questo? In ogni momento storico che ha visto una grande scoperta, si ritrova uno o più personaggi fondamentali, ed anche stavolta è così. Ripercorriamo le tappe.

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Gli strumenti per la determinazione del moto

In questo paragrafo parleremo di spettro stellare, righe spettrali ed Effetto Doppler. Ti consiglio di seguire i link che trovi vicino alle parole se per te questi concetti non sono familiari.

Oggi gli astronomi sono in grado di misurare il moto di un corpo celeste nella direzione del raggio visuale, concetto racchiuso nell'espressione velocità radiale.

La velocità radiale è quindi il moto di un corpo luminoso nella direzione del raggio visuale.

Il moto proprio, come detto, misura lo spostamento nella volta celeste, mentre la velocità radiale misura lo spostamento rispetto a noi. Che differenza c'è? Immaginiamo una stella che si muove proprio verso di noi, venendoci incontro in maniera del tutto "dritta". Non la vedremmo spostarsi nel cielo perché la sua traiettoria punta dritto verso di noi, eppure si sta avvicinando. Il suo moto proprio nel cielo sarebbe nullo, ma la sua velocità radiale può dirci che quella stella è in avvicinamento.

Lo strumento che viene utilizzato per calcolare la velocità radiale è il famoso Effetto Doppler, già visto come metodo di determinazione della distanza di un corpo celesteHyperLink.

L'importanza già grande dell'Effetto Doppler divenne ancora maggiore nel 1868, quando venne applicato allo spettro delle stelleHyperLink ed alle singole righe che lo solcanoHyperLink.

Nel 1868 sir William Huggins riuscì a dimostrare che le righe scure nello spettro di alcune stelle sono leggermente spostate verso il rosso o verso l'azzurro rispetto alla posizione normale che invece assumono nello spettro solare. Fu lui il primo a pensare che il motivo di tale spostamento era da ricondurre all'Effetto Doppler.

DETERMINAZIONE DEL MOTO DELLE STELLE: L'ESEMPIO DI CAPELLAHyperLink

Ad esempio: la lunghezza d'onda di ogni riga scura nello spettro di Capella è maggiore della corrispondente riga solare nella misura dello 0,01%, quindi Capella si sta allontanando da noi alla velocità dello 0,01% della velocità della luce, quindi a circa 30 km/s.

L'Effetto Doppler ci consente, inoltre, si valutare la distanza di una stella vicina: se siamo in grado di fare congetture riguardo la direzione del moto di una stella, lo spostamento verso il rosso ci indica la velocità sia del moto proprio sia del moto radiale, quindi la misurazione del moto apparente sulla volta celeste ci dice la distanza di questa stella.

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Via Lattea e galassia di Andromeda: l'universo si ingrandisce
A quel tempo si riteneva che tutto ciò che era visibile in cielo si trovava più o meno alla stessa distanza, o comunque racchiuso in una sfera che aveva una certa dimensione, finita e relativamente piccola. Non c'era la sensazione di appartenere ad una delle tantissime galassie in giro per l'universo.
Due oggetti, tuttavia, destavano la curiosità di chi aveva l'arguzia di vederli sotto un certo aspetto.

LA VIA LATTEA
Nel 1750, l'inglese Thomas Wright pubblicò il suo Original Theory of New Hypothesis of the Universe riguardante il primo di questi oggetti. In cielo, a ben guardare, c'era qualcosa di molto diverso da tutto il resto: una striscia luminosa che attraversa in modo circolare l'intera volta celeste, nota fin dai tempi antichi come Via LatteaHyperLink.
Wright, nel suo libro, avanzò l'ipotesi che le stelle siano disposte su una lastra di spessore finito ma immensa ed estesa in tutte le direzioni del piano. Il sistema solare si trova in mezzo a questa lastra, quindi vediamo molta pi luce guardando in direzione del piano rispetto a tutte le altre direzioni. Ovviamente l'intuizione di Wright fu avallata dal tempo e dalle continue conquiste conoscitive.

LA GALASSIA DI ANDROMEDAHyperLink
Il secondo oggetto cosmologicamente fondamentale era posto nella costellazione di AndromedaHyperLink ed appariva come una macchiolina indistinta. La prima fonte ufficiale di questa macchia è datata 964 d.C. a firma dell'astronomo persiano Abd al-Rahman al-Sufi, che la indicò come una "piccola nube". Con il telescopio, queste "nubi" aumentarono di molto fino a convincere alcuni astronomi a compilarne un catalogo per non confonderli con gli oggetti allora più interessanti, le comete. Il più famoso di questi cataloghi è del 1781, il Catalogue des nébuleuses et del amas d'étoiles di Charles MessierHyperLink.
Ora, anche nel Catalogo di Messier appariva chiaro che alcuni oggetti erano ammassi di stelle come le PleiadiHyperLink, ma circa un terzo era rappresentato da macchie ellittiche e bianche, irrisolvibili. La più visibile era proprio quella catalogata al numero 31, la Galassia di Andromeda.


La galassia M88 con la supernova SN1999 cl: oggi è qualcosa di "normale", ma all'epoca non era concepibile la forza di una supernova
Il primo ad ipotizzare un legame tra la Via Lattea e la Galassia di Andromeda fu Immanuel Kant, che si basò sulla teoria di Wright nel suo libro, del 1755, Storia generale della natura e teoria del cielo. Kant avanzò l'idea che questi oggetti indistinti fossero dischi stellari proprio come la nostra Via Lattea, molto distanti e quindi evanescenti e di forma ellittica perché posti in maniera obliqua rispetto a noi.
L'idea prese piede nell'Ottocento, ma c'era qualche evento che turbava gli animi: ogni tanto, in alcune di queste "nubi", si accendevano stelle che divenivano più visibili di tutta la "nube" stessa. La reazione di fronte a questi eventi è ben spiegata da Agnes Mary Clerke, che nel 1893 scriveva: "Se tali nebulose fossero composte di astri similari al Sole, le sfere di incomparabile ampiezza da cui la loro debole luce veniva quasi cancellata devono essere state di una scala di grandezza tale che l'immaginazione si rifiuta di concepirla".
Anche oggi la nostra immaginazione non riesce a concepire questi eventi, ma sappiamo che esistono e li abbiamo chiamati esplosioni di supernovaeHyperLink.
Ogni dubbio venne fugato quando nel 1923 Edwin Hubble puntò il telescopio da 254 centimetri di Monte Wilson in direzione di M31, riuscendo per la prima volta a risolvere le stelle di cui si compone la Galassia di Andromeda.

LE VARIABILI IN ANDROMEDA
HyperLink Edwin Hubble: cefeidi in Andromeda

Tra le stelle osservate, alcune erano di una tipologia ben nota anche nella nostra Galassia: le cefeidiHyperLink. Nel decennio precedente Henrietta Swan Leavitt e Harlow Shapley dell'Harvard College Observatory avevano scoperto l'esistenza di una relazione molto precisa tra i periodi di variazione di luminosità di queste stelle e la loro luminosità assoluta. Hubble, a partire dalla luminosità apparente di queste stelle in Andromeda, ne stimò la luminosità assoluta in base ai periodi di variazione e riuscì quindi a calcolarne la distanza (si tratta di un metodo di determinazione della distanza noto come metodo delle Cefeidi o delle candele standardHyperLink). Calcolando la distanza di stelle nella galassia di Andromeda, calcolò implicitamente la distanza della galassia stessa.
Hubble stimò una distanza di 900.000 anni luce, dieci volte maggiore rispetto agli oggetti più distanti allora conosciuti. L'universo, con questa scoperta, raggiunse dimensioni prima inimmaginabili. Affinamenti al metodo delle cefeidi hanno portato il calcolo a 2,5 milioni di anni luce di distanza, ma già con 900.000 il concetto era chiaro: l'universo era pieno di galassie come la nostra, ovunque, ed a distanze immense.

Una precisazione: molti riferiscono ad Hubble la scoperta anche se il nome di Willem de Sitter è legato in maniera molto forte alla stessa scoperta. Fu lui nel 1916 a risolvere le equazioni di Einstein tenendo conto della costante cosmologica e giungendo ad un universo statico. Da questi lavori, Georges Lamaitre riuscì a calcolare l'errore commesso prevedendo che un universo statico secondo la relatività non era possibile: o era in contrazione oppure in espansione. Si giunse così ai lavori di Vesto Slipher, il primo a misurare la velocità delle galassie vicine a partire dagli spettri stellari. Il nome più famoso è comunque quello di Hubble, che oltre alla velocità riuscì a calcolare anche le distanze delle galassie vicine.

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Hubble e l'universo in espansione
Ancor prima di capire la distanza di questi oggetti, tra il 1919 ed il 1920 l'astronomo Slipher del Lowell Observatory scoprì scostamenti delle righe spettrali rispetto alle righe tipiche di spettri atomici familiari. Slipher ricondusse il tutto, giustamente, all'effetto Doppler ad indicare che queste "nebulose" si avvicinavano o si allontanavano da noi. Ad esempio, la "nebulosa" in Andromeda si avvicinava a 300 km/s mentre le "nebulose" nella Vergine si allontanavano a 1.000 km/s.

Si ipotizzò che questi spostamenti fossero legati al moto del Sistema Solare all'interno della Via Lattea, ma ben presto la scoperta di scostamenti sempre maggiori rese evidente che, ad eccezione delle galassie più vicine come M31, le altre si stanno tutte allontanando da noi.

Si giunse così al 1929, quando Edwin Hubble rese pubblici i dati relativi a 19 galassie: ne stimò la distanza in base alla luminosità apparente delle stelle più brillanti e confrontò le distanze così ottenute con l'effetto Doppler delle galassie intere. Hubble giunse così a tracciare una relazione pressoché lineare fra velocità e distanza.
In realtà c'è da chiedersi come abbia fatto a trarre questa conclusione dalle galassie studiate, visto che facevano tutte parte dell'Ammasso della Vergine e sono quindi tutte abbastanza vicine. Si ritiene che Hubble sapesse già il risultato dello studio.

HyperLink Edwin Hubble: il redshift delle galassie

In pratica, per la legge di HubbleHyperLink, le galassie sono in allontanamento, e più sono lontane e più la velocità di allontanamento cresce, secondo la relazione per la quale:

 v = H * d

dove v è la velocità di allontanamento, d è la distanza del corpo celeste mentre H è la costante di Hubble, che descrive l'universo intero in un istante qualsiasi. La Legge è spiegata da Hubble nel libro The Realm of the Nebulae, scritto nel 1936. In ogni punto dell'universo, per qualsiasi osservatore, H sarà sempre uguale. La costante tuttavia cambia nel tempo (quindi più che costante, è variabile per periodi di tempo medio-lunghi): miliardi di anni fa il suo valore era differente da quello attuale. Studiare la storia della costante di Hubble equivarrebbe quindi a studiare la velocità di espansione dell'universo nel tempo.

Ma cosa indica questa costante?
Hubble fu in grado di misurare la proporzionalità tra velocità e distanza fino a galassie che recedevano alla velocità di 20.000 km/s. Con le stime allora disponibili giunse alla conclusione che le velocità aumentano di 170 km/s ogni milione di anni luce di distanza. Una velocità di 20.000 chilometri al secondo porta quindi ad una distanza di 120 milioni di anni luce circa. Questo valore è la costante di Hubble.
Nel 1936 Hubble e Milton Humason studiarono l'ammasso galattico Ursa Major II, calcolando una velocità di allontanamento di ben 42.000 chilometri al secondo per una distanza stimata in 260 milioni di anni luce. A questo punto, il limite del telescopio di Monte Wilson era stato raggiunto ed Hubble fu costretto a fermarsi salvo poi essere ripreso dopo la Seconda Guerra Mondiale ad opera di altri astronomi, e la ricerca dura a tutt'oggi. Proprio la costante di Hubble è un valore che viene aggiornato di continuo per rendere le stime sempre più precise.

LA VALUTAZIONE DELLA COSTANTE DI HUBBLE
Costante, come detto, è un termine che mal si addice al parametro in questione visto che è riferito al momento e non al tempo come continuo: in un dato momento, il valore è costante in ogni punto in cui venga misurato ma se si misurasse in due momenti diversi risulterebbe un valore diverso. E' per questo motivo che spesso si preferisce parlare di parametro di Hubble al tempo t per indicare il parametro e costante di Hubble H per indicare il valore in un determinato momento.
Espressa in chilometri al secondo per Megaparsec, la costante di Hubble fornisce la misura fondamentale dell'espansione dell'universo e la sua misura si basa principalmente sulla determinazione diretta della velocità di recessione e della distanza di grandi campioni di galassie o supernovae utilizzate quindi come candele standardHyperLink.
Nel mese di Maggio 2008, grazie al telescopio spaziale Hubble, la misura è stata modificata da 72 km/s/MP (con errore di circa 8 km/s/MP) a 74,2 (con errore possibile di 3,6 km/s/MP). Alla misura si è giunti attraverso lo studio di 240 cefeidiHyperLink presenti nella galassia NGC 4258 ed in altre sei galassie delle quali le distanze sono ben note. Le Cefeidi sono stelle le cui diverse magnitudini apparenti sono influenzate soltanto dalla distanza, e la cui variazione di magnitudine all'interno della variabilità è legata in modo molto preciso al periodo della variabilità stessa. Ne segue che, dato il periodo di variabilità, è possibile conoscere a priori la magnitudine assoluta della stella quindi la magnitudine apparente dipende soltanto dalla distanza.

Storicamente è possibile ripercorrere l'evoluzione della costante di Hubble:

ANNO SCOPERTA O METODO H0 Errore
1929 Hubble scopre il legame tra redshift e distanze galattiche 500  
1952 Baade scopre Cefeidi di I e II popolazione 250  
1965 Penzias e Wilson scoprono la radiazione di fondo e ne misurano la temperatura 100  
1972 Metodo di Sunayev e Zeldovich per la misura della distanza di ammassi di galassie 65  
1974 Sandage e Tammann misurano la distanza di M101 e la velocità del sistema 55,5 8,7
1979 Metodo di Tully-Fischer per la determinazione delle distanze di galassie a disco remote 70  
1979 Hanes utilizza il metodo degli ammassi globulari 80 11
1979 Branch utilizza le Supernovae di tipo I 56 15
1981 Kennicutt sfrutta la luminosità delle regioni HII nelle galassie a spirale dell'ammasso della Vergine 55  
1982 Sandage e Tammann utilizzano le Supernovae di tipo II 50 7
1983 Aaronson e Mould utilizzano la relazione tra Infrarosso e metodo Tully-Fischer 82 10
1992 Il satellite COBE misura le fluttuazioni della radiazione di fondo a bassa risoluzione 71  
1993 Metodo di Tully per la fluttuazione della luminosità superficiale 90 10
1994 Sandage utilizza le Supernovae tipo Ia e le Cefeidi 55 8
1994 Freedman utilizza le Cefeidi di M100 80 17
1999 Freedman scopre Cefeidi in galassie remote 70 7
2001 Freedman determina con HST una misurazione nell'ottico 72 8
2009 Il team SHOES utilizza l'HST per osservare Cefeidi e Supernovae 74,2 3,6

La scoperta fu notevole e del tutto sconvolgente. Basti pensare che Albert Einstein nel momento in cui rilasciò le sue relazioni sulla RelativitàHyperLink introdusse una costante cosmologica proprio per tutelare la staticità dell'Universo. La costante era intrinsecamente legata alle proprietà dello spazio-tempo e serviva come anti-gravità, a controbilanciare una forza di gravità che avrebbe fatto tendere l'universo al ripiegamento su sé stesso. La scoperta di Hubble era la prova che l'universo non era statico. Una analisi senza pregiudizi delle equazioni della Relatività porterà a stabilire la forma dell'universo, e con gli strumenti attuali si è riusciti a stabilire che non solo l'universo è in espansione, ma si espande anche a tassi crescenti. 


Espansione dell'universo e ritorno alla singolarità di partenza
Cosa c'entra l'espansione dell'universo con l'origine dell'universo stesso?
Per capirlo basta invertire la freccia del tempo, premere il tasto Rewind e vedere cosa accade. Tutte le galassie che si stanno allontanando, si avvicinerebbero fino al punto da risultare molto ma molto vicine.

L'ETA' DELL'UNIVERSO ED IL SUO INIZIO
Se la velocità delle galassie fosse costante, il tempo impiegato da due galassie ad allontanarsi tra di loro fino alla misura attuale sarebbe uguale alla distanza attuale divisa per la loro velocità relativa. Con la velocità proporzionale alla distanza attuale, però, il tempo è identico per ciascuna coppia di galassie presa a piacere quindi in passato tutte le galassie devono essere state molto vicine. Fissando la costante di Hubble in 15 km/s per milione di anni luce, come le ultime stime suggeriscono, si giunge a calcolare che le galassie hanno iniziato ad allontanarsi tra di loro 20 miliardi di anni fa. Si tratta di ciò che viene definito tempo di espansione caratteristico ed è l'inverso della costante di Hubble.
In realtà le galassie si muovono ad una velocità lentamente decrescente in virtù della reciproca attrazione gravitazionale, quindi 20 miliardi è il limite massimo all'età dell'universo: l'universo ha al massimo 20 miliardi di anni.
Altra conseguenza fondamentale è proprio quella che vede le galassie tutte unite nello stesso punto. A qui è fatto risalire l'inizio dell'universo, e proprio questo è il punto di partenza del modello cosmologico standard. Un inizio che parte da una singolarità e che dà vita a tutto l'universo per come lo vediamo oggi. 
DUBBI E CONFERME
Non tutti accettano l'ipotesi di un universo in espansione pensando che lo spostamento delle righe spettrali non sia dovuto in realtà ad effetto Doppler e quindi a recessione effettiva. Halton Arp, degli Hale Observatories, ha messo in risalto la presenza di gruppi galattici all'interno dei quali gli scostamenti sono molto differenti tra loro, mentre le galassie membre di un gruppo dovrebbero presentare moti simili.
Nel 1963, inoltre, Maarten Schmidt scoprì una classe di oggetti dall'apparenza stellare con uno spostamento verso il rosso incredibilmente alto, a volte del 300%. Questi "oggetti quasi stellari" sono talmente lontani che dovrebbero emettere quantità di energia enormi per essere così brillanti tanto da essere scorti da noi.

Ci sono tuttavia altri modi per confermare che le galassie si stanno allontanando ciascuna delle altre. Sappiamo che, secondo le stime attuali, l'origine dell'allontanamento è antico di 20 miliardi di anni al massimo. Possiamo quindi cercare altre prove a testimonianza di questa età dell'universo.

Ci sono ottimi indizi che spingono a ritenere che la nostra Galassia abbia una età stimata intorno ai 10-15 miliardi di anni, vista l'abbondanza relativa di vari isotopi radioattivi sulla Terra come uranio U235 e uranio U238. Anche il calcolo dell'evoluzione stellare porta alcuni astri ad età di miliardi di anni.
I primi dati di Hubble, con una costante di Hubble di 170 km/s per milione di anni luce, portava ad una età dell'universo di circa 2 miliardi di anni, o meno. Già da allora si accese qualche dubbio, visto che sulla Terra c'erano rocce ben più antiche (come studiato da Lord Rutherford) ed era impensabile che la Terra fosse più antica dell'universo. Forse proprio questo paradosso spinse all'adozione di altre teorie come la Teoria dell'Universo StazionarioHyperLink, e forse proprio la rimozione di questo paradosso con le nuove stime della costante di Hubble ha fatto pendere l'ago della bilancia a favore del modello standard.

IL RUOLO DELLA LUCE
Finora abbiamo parlato della luce come del mezzo che abbiamo per ottenere informazioni da corpi lontani, visto che è la luce e non altro che giunge fino a noi. All'inizio dell'universo, però, le cose non stavano così. Tutto era luce, e quel che non lo era (materia) era soltanto una contaminazione.
Rivediamo tutto con un occhio di riguardo per la luce allora e consideriamo un'onda luminosa in movimento tra due galassie prive di moto proprio ma lasciate libere di muoversi soltanto in conseguenza dell'espansione dell'universo.
La distanza tra le galassie è pari al prodotto tra la velocità della luce ed il tempo impiegato dalla luce stessa a partire da una galassia e raggiungere l'altra.
L'aumento della distanza durante il viaggio è pari al prodotto del tempo impiegato dalla luce nel viaggio moltiplicato la velocità (non della luce ma) relativa delle galassie.
Quando si calcola l'aumento frazionario della distanza, si divide l'aumento della distanza per il valore medio della distanza durante l'aumento e si ottiene che il tempo impiegato dalla luce a compiere il viaggio viene eliminato: l'aumento frazionario nella distanza delle due galassie (qualunque coppia di galassie) durante il tempo impiegato dalla luce per viaggiare da una all'altra è pari al rapporto tra la velocità relativa delle galassie e la velocità della luce, il che ci dà anche l'aumento frazionario della lunghezza d'onda della luce durante il suo viaggio (effetto Doppler). Se ne desume che la lunghezza d'onda di ogni raggio di luce aumenta semplicemente in proporzione all'aumento della distanza fra le galassie in conseguenza dell'espandersi dell'universo.
Le creste d'onda della luce, quindi, vengono sempre più separate dall'espansione dell'universo.
Ad esempio, se le lunghezze d'onda della luce proveniente dalla galassia 3C 295 sono stirate del 46% rispetto a quanto dicono le tavole standard, vuol dire che quando quella luce è stata emessa l'universo era del 46% più piccolo di quanto non lo sia oggi.

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Il Principio Cosmologico
Si è detto che nel 1929 Hubble sostenne la recessione delle galassie e l'espansione dell'universo.
Presuntuosamente si può pensare che, se ovunque osserviamo vediamo galassie allontanarsi da noi, vuol dire che noi siamo il centro dell'universo, ma non è così.
Per il principio di mediocrità, che vede il nostro punto uguale ad ogni altro punto dell'universo, dobbiamo attenderci che, da qualunque punto di vista possiamo guardare (dalla Terra oppure da un pianeta intorno a beta Pictoris o Fomalhaut) l'universo ci appaia sempre in espansione verso qualunque direzione.
Si tratta di una ipotesi tanto ovvia da far si che l'astrofisico inglese Edward Arthur Milne la definisse Principio Cosmologico.


IL PRINCIPIO COSMOLOGICO
Il principio cosmologico afferma che ogni punto dell'universo è uguale a tutti gli altri, risultando isotropo ed omogeneo.

Diretta conseguenza è che la velocità relativa di due galassie a piacere sia proporzionale alla distanza che le separa, proprio come sostenne Hubble.



Omogeneità e Legge di Hubble. Le galassie A, B e C sono intervallate uniformemente, in moto relativo l'una rispetto all'altra. Le velocità sono indicate dalla lunghezza della freccia e dalla sua direzione. Il principio di omogeneità richiede  che la velocità di C, percepita da B, sia uguale alla velocità di B percepita da A. La somma di queste due velocità fornisce la velocità di C percepita da A. In pratica, la velocità di ogni galassia, vista da ogni altra, è proporzionale alla distanza che le divide.

Consideriamo tre galassie A, B e C prive di moto proprio e quindi lasciate alla deriva cosmica, guidate solo dall'espansione dell'universo. Disponiamo le tre galassie su uno stesso piano e poniamo B al centro, con A e C a sinistra e destra alle stesse distanze da B. Per qualsiasi velocità relativa di B rispetto ad A, per il principio cosmologico C deve avere la stessa velocità rispetto a B. Ne segue che C, che dista da A il doppio della distanza tra B ed A, si muove, rispetto ad A, al doppio della velocità di B.
Anche aggiungendo altre galassie si ottiene che la velocità di recessione di ogni galassia relativamente alle altre è proporzionale alla distanza che le separa.

OMOGENEITA' ED ISOTROPIA DELL'UNIVERSO


Omogeneità ed isotropia dell'universo. Nel cerchio il nostro punto osservativo.
A parte questi strumenti pseudo-matematici, il Principio Cosmologico è logico anche dal punto di vista filosofico: perché una regione dell'universo dovrebbe differire da un'altra?
A rafforzare il Principio concorrono le osservazioni: a parte le "differenze" indotte dalla locala Via Lattea e dal vicino Ammasso della VergineHyperLink, infatti, l'universo ci appare notevolmente isotropo. L'universo è isotropo perché presenta lo stesso aspetto in tutte le direzioni, ed una prova fondamentale è rappresentata dalla radiazione cosmica di fondo.
Visto che la nostra posizione nell'universo non ha comunque niente di speciale né di privilegiato, non abbiamo motivo di credere che anche osservando l'universo stesso da un'altro punto possa apparirci differente: l'universo deve quindi essere isotropo da qualunque punto dell'universo lo si osservi. Se questo è vero, allora l'universo è anche omogeneo.

Ovviamente isotropia ed omogeneità non valgono su piccola scala e ce ne accorgiamo ogni sera guardando il cielo: la Via Lattea appartiene ad un gruppo galattico che fa parte, a sua volta, dell'ammasso della Vergine quindi  tutte le galassie (e la concentrazione di materia) che vediamo nella Vergine non la incontriamo, ad esempio, nel Toro. Isotropia ed omogeneità valgono per scale pari almeno alla distanza tra ammassi galattici, quindi 100 milioni di anni luce circa.

IL PROBLEMA DELLA VELOCITA' DELLA LUCE
Abbiamo detto che se la galassia C ha una velocità relativa rispetto alla galassia B pari alla velocità relativa di B rispetto ad A, allora la velocità relativa di C rispetto ad A è il doppio. Si tratta di una somma di velocità facilmente riscontrabile nella vita quotidiana. Se l'automobile A va più veloce della B di 20 km/h e la B va più veloce della C di 20 km/h, allora l'automobile A va più veloce di 40 km/h della vettura C.
Ipotizziamo che anziché 20 km/h le velocità relative siano di 200.000 km/s. Potremmo dedurre che la velocità relativa della vettura A rispetto alla vettura C è di 400.000 km/s, il che va contro tutti i principi della fisica descritta nella Relatività GeneraleHyperLink di Einstein, visto che nulla può avere velocità superiori a quella della luce, e che la velocità della luce è di 300.000 km/s. Proprio la Relatività Speciale evita questo problema modificando la regola della somma delle velocità.
Tornando alle nostre galassie A, B e C, la velocità di C rispetto ad A è in realtà un po' minore della somma delle velocità di B relativamente ad A e di C relativamente a B secondo una formula tale che, per quante velocità inferiori a quella della luce noi sommiamo, non otterremo mai una velocità superiore a quella della luce.

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A cura di
Stefano Capretti
Ultima modifica: 27/08/2010 Il sito è stato visitato 415015  volte
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