|
Argomenti della pagina
|
|
|
|
Termini da conoscere
|
|
Orbita
|
|
|
Le
nuove astronavi |
Con la nascita delle grandi
stazioni spaziali
è sorta la necessità di disporre di
veicoli in grado di collegare la Terra alle stazioni in modo facile ed economico.
L'ideale per questo
tipo di missioni è un veicolo riutilizzabile al posto di razzi
che venivano persi dopo ogni missione. Le prime idee sono targate Russia, con l'astroplano
di Tsiolkovsky, ma in pratica i mezzi per procedere alla concretizzazione
dei progetti si sono resi disponibili soltanto negli anni
Settanta del Novecento.
Russia e Stati Uniti prendono come base di partenza il progetto del "bombardiere
antipodale" progettato da Eugen Sanger e Irene Bredt in Germania
per il bombardamento di New York durante la seconda guerra mondiale. Negli Stati
Uniti, nel 1969, la NASA assegna un primo contratto a quattro società per condurre
uno studio di fattibilità,
mentre Washington pensa a spedire un uomo su Marte, ma
ben presto l'interesse per lo spazio viene meno: la guerra nel Vietnam assorbe finanziamenti
sempre maggiori. Il presidente Nixon, allora, avalla il finanziamento di una navetta riutilizzabile ma boccia gli altri progetti: addio Marte, un po' come ha fatto Obama
nei primi tempi del suo mandato.
Torna su
|
|
Lo Space Shuttle |
E' il gennaio del 1972 quando la Casa Bianca avalla il progetto: 5,5 miliardi di dollari per la costruzione di due veicoli, sei viaggi e due piattaforme di lancio
a Cape Canaveral, già utilizzate dal Saturn V.
Il progetto si chiama Space Transportation System (STS) e viene affidato alla North American Aviation, che si unirà ben presto alla Rockwell International
e confluirà nella Boeing. Alle due navette iniziali se ne aggiungono altre
tre di serie, tutte realizzate anche se l'ultima resta per molto tempo smontata
in un magazzino, pronta all'assemblaggio qualora necessario.
Rispetto ai progetti finora sviluppati, lo Space Shuttle richiede
impegni del tutto nuovi sotto vari aspetti: aerodinamica, termica (al rientro i
materiali devono sopportare una temperatura di 1.600 °C), propulsione (occorrono
nuovi motori a razzo), controllo e guida automatizzata.
I primi veicoli sperimentali
Le ricerche preliminari portate avanti dai tecnici vertevano su due prototipi come
X-15 (scheda) e X-24 (scheda) lifting body, con fusoliera in grado di generare portanza come
l'ala di un aeroplano.
Il velivolo sperimentale X-15.
Durante la progettazione vengono studiate varie soluzioni, ed i tecnici sembrano
orientati ad un veicolo doppio, dotato di una parte in grado di decollare da terra
e giungere ad alta quota e di una seconda parte in grado di sganciarsi per raggiungere
l'orbita.
Un progetto "doppio", però, si rivela troppo costoso così si pensa ad uno shuttle
in grado di compiere da solo l'intera missione, aiutato in partenza da due razzi
ausiliari a propellenti solidi e un serbatoio da ben 704 tonnellate di idrogeno
ed ossigeno liquidi per i tre motori principali, i più potenti mai realizzati fino
ad allora. Con un progetto simile, tutto diventa recuperabile, ad eccezione del
serbatoio centrale che si disintegra nel rientro a contatto con l'atmosfera.
Inizia l'era dello Shuttle
Il primo grande successo dello Space Shuttle è il battesimo ufficiale
dell'aria, avvenuto il 12 aprile 1981. Lo shuttle Columbia compie il volo
inaugurale di due giorni e sei ore ai comandi di John Young e Robert Crippen,
sorprendendo soprattutto quando tutto il mondo può assistere al rientro della navetta
nello stesso identico stile di qualsiasi altro aeroplano, se non fosse per i paracadute
necessari al rallentamento. Entusiasmo alle stelle, tanto da accordarsi con l'Ente
Spaziale Europeo (ESA) per la costruzione dello SpaceLab, un laboratorio
parzialmente italiano da collocare nella stiva della navicella e dedicato a vari
campi di ricerca.
La prima missione dello SpaceLab avviene a novembre 1983 con l'astronauta
tedesco Ulf Merbold.
|
Space Shuttle: decolla come un razzo, orbita come un satellite, atterra come
un aeroplano
Nel momento in cui lo Space Shuttle si alza dalla rampa, i cinque
propulsori generano una spinta totale di quasi 4.000 tonnellate. Dopo 126 secondi
i razzi ausiliari (booster laterali) si staccano e lo shuttle prosegue la corsa
con i soli motori ad idrogeno e ossigeno liquidi. I booster staccati vengono fatti
scendere con dei paracadute per poter essere riutilizzati. Dopo 4 minuti dal lancio,
si raggiunge il punto di non ritorno oltre il quale non è più possibile interrompere
la missione. Dopo 7 minuti e 40 secondi c'è la fase finale di salita, con un carico
pari a 3 g. Lo shuttle arriva in orbita dopo 8 minuti e 39 secondi, momento in cui
il serbatoio esterno viene separato dall'orbiter a circa 44 chilometri di altezza
ed i motori principali vengono spenti. A dieci minuti e quaranta secondi dal lancio,
dopo un'orbita preliminare a 140 chilometri, altri due propulsori a razzo, installati
in coda alla navetta, perfezionano l'orbita secondo la quota specifica della missione,
che per la ISS è di circa 400 chilometri.
 |
Il lancio dello Space Shuttle |
Per consentire la missione, lo Shuttle apre il vano posto nella parte superiore.
La guida è assicurata da cinque computer, mentre l'energia necessaria a bordo è
generata da celle a combustibile che utilizzano idrogeno ed ossigeno. Sulla superficie
esterna ci sono 38 piccoli razzi per il controllo della posizione.
La missione standard prevede da 5 a 7 astronauti e può durare fino a due settimane.
Il materiale necessario alla vita è posto alle spalle della cabina a due piani,
dove si trova una stiva in cui possono essere sistemati carichi fino a 20 tonnellate
circa, lunghi 18 metri e larghi 5. I carichi vengono prelevati da quest'area dal
braccio robotizzato della Stazione Spaziale Internazionale.
Il rientro di uno shuttle, con spiegamento del paracadute
L'accensione della stessa coppia di razzi al termine della missione serve anche
a rallentare la velocità orbitale di 28.000 chilometri orari del veicolo, consentendogli
il ritorno sulla Terra. La manovra di rientro inizia a 144 chilometri di altezza
e dura complessivamente 22 minuti. Prima del rientro in atmosfera, lo shuttle accende
gli OMS (Orbital Maneuvering System) per uscire dall'orbita ed usa i motori per
il controllo dell'assetto, in modo da ottenere il corretto angolo di rientro. Lo
shuttle, a questo punto, compie una serie di manovre ad "S" per frenare ed infilare
il giusto corridoio di ingresso.
Il rientro nell'atmosfera avviene alla velocità di 27.000 km/h, ad una altezza di
120 chilometri. In questa fase, l'attrito con l'atmosfera fa sviluppare una temperatura
alla base dello shuttle di ben 1.600°C: la vampata di calore viene fugata da piastrelle
di silicio e di carbonio.
Le comunicazioni con la base vengono ristabilite dopo il rientro in atmosfera, momento
in cui vengono compiute diverse manovre per rallentare la velocità ed allinearsi
alla pista. A circa 23.000 metri ed a Mach 2 (due volte la velocità del suono),
lo shuttle raggiunge la traiettoria di atterraggio, assumendo un angolo sei volte
maggiore rispetto a quello di un aereo di linea e puntando verso la pista di atterraggio.
Al termine di tutto, lo shuttle atterra ed apre il paracadute, che fa da freno aerodinamico.
 |
Atterraggio dello Space Shuttle |
|
Le missioni STS sembrano iniziare un'epoca di successi, ma ben presto si rivela
un progetto più complicato e costoso del previsto. Nonostante ciò, i progetti
vedevano lo Space Shuttle prendere il posto di tutti i razzi
tradizionali fino ad allora utilizzati, avviando una nuova era del trasporto
spaziale redditizia anche dal punto di vista commerciale. Anche il Pentagono,
convinto della bontà del progetto, aveva investito per la costruzione di una
rampa di lancio nella base di Vandenberg, in California, rimasta tuttavia
inutilizzata.
Il disastro del Challenger e quello del Columbia
Il disastro del Challenger: 28 gennaio 1986.
Il 28 gennaio 1986 lo shuttle Challenger esplode nel cielo di Cape
Canaveral dopo 73 secondi di volo, provocando la morte di tutti e sette gli
astronauti a bordo. Missione STS 51-L, la venticinquesima del programma STS ed
il decimo volo del Challenger. Un guasto ad una guarnizione nel segmento
inferiore del razzo a propellente solido destro provoca una fuoriuscita di
fiamme che causa il cedimento strutturale del serbatoio esterno contenente
idrogeno ed ossigeno liquidi.
Uno dei passeggeri della navetta, Christa McAuliffe, era una maestra che aveva
vinto la partecipazione al viaggio attraverso un sorteggio.
Il lancio fu rimandato diverse volte a causa del ritardo della missione STS-61-C
e delle condizioni meteo. Anche il giorno della partenza, un sistema antincendio
difettoso fece slittare la partenza di due ore. Alle ore 11:38 di martedi 28 gennaio
1986 ci fu quindi il lift-off dello shuttle Challenger.
Proprio l'analisi del video del decollo portò a scoprire delle emissioni di fumo
grigio dovute alla spaccatura di una saldatura a causa della pressione. Durante
l'ascesa le forti raffiche di vento spaccarono il velo di ossido e dopo circa 59
secondi dal lancio una telecamera riprende la formazione di un pennacchio vicino
alla struttura di aggancio del razzo di destra. Il gas infiammato inizia ad uscire
dalla falla nella giunzione. A 35.000 piedi da terra, ad una velocità Mach 1.5,
dopo 72 secondi dal lancio la pressione dell'idrogeno liquido nel serbatoio esterno
inizia a decrescere per la rottura causata dalla fiamma del razzo ed a questo punto
inizia la rottura del veicolo.
 |
Il disastro del Challenger |
Comandante: Dick Scoobe
Pilota: Michael J. Smith
Specialisti di missione e di carico: Judith Resnik, Ellison Onizuka,
Ronald McNair, Greg Jarvis, Christa McAuliffe
Per la sostituzione dello shuttle distrutto si decise di assemblare la quinta navetta
lasciata nel magazzino, che fu battezzata Endeavour. Le conseguenze del
disastro furono evidenti: ogni volo commerciale dello shuttle fu cancellato e furono
autorizzati soltanto i voli mirati alle missioni dello SpaceLab, ai lanci
di qualche satellite spia e di telecomunicazione, alle missioni scientifiche più
importanti ed al lancio e manutenzione del telescopio spaziale Hubble,
oltre all'assemblaggio della Stazione Spaziale Internazionale. Venne ripresa la
produzione dei razzi tradizionali e vennero riavviati progetti che lo shuttle avrebbe
dovuto mandare in pensione.
Il disastro del Columbia: 1 febbraio 2003.
Tutto sembrava ripreso, ma il 1 febbraio del 2003 una nuova tragedia segna la storia
spaziale americana. Lo shuttle Columbia si distrugge al rientro nell'atmosfera
a causa di un danno subito al decollo nel bordo dell'attacco dell'ala: un frammento
staccatosi dal rivestimento del serbatoio crea un foro che sarà causa della tragedia
che porterà alla morte dei sette astronauti. Un pezzo di schiuma isolante caduto
dal serbatoio esterno dopo 8,19 secondi dal lancio andò a finire contro l'ala sinistra
dello shuttle.
La missione era la STS-107, partita il 16 gennaio del 2003 e portò alla disintegrazione
della navicella nei cieli del Texas. Il lancio fu rimandato ben tredici volte in
due anni, visto che la data ufficiale era stata inizialmente fissata per il giorno
11 gennaio 2001. Alle ore 02:30 del 1 febbraio 2003 inizia il lavoro di preparazione
al rientro, un lavoro definito di routine nonostante l'incidente alla partenza,
che viene definito non rilevante.
Il rientro nell'atmosfera procede come di norma fino a che la velocità dello shuttle
non scende al di sotto dei 23 Mach, ad una altezza di 70,6 chilometri. A questo
punto iniziano ad essere avvistati dei detriti: l'aria surriscaldata che circonda
la navetta si illumina improvvisamente creando una scia. Il problema sul quale ci
si concentra è rappresentato da alcuni valori fuori norma ai sensori delle ali,
ma nonostante questo sembra tutto in regola, a parte dei flash di luce avvistati
nei cieli da alcuni testimoni. Il rientro procede e la temperatura sale a 1.580°C,
un valore comunque previsto. Nel momento in cui la navetta entra nei cieli del Texas,
il Columbia perde una mattonella dello scudo termico ed il centro di controllo perde
le letture della pressione di entrambe le ruote principali del carrello di atterraggio.
Si cerca un dialogo con gli astronauti ma a questo punto il Columbia si sta già
disintegrando. George W. Bush, presidente dell'epoca, annuncia la notizia alle ore
19:04 UTC: "questo giorno ha portato terribili notizie e una grande tristezza nel
nostro paese. Il Columbia è stato perso: non ci sono sopravvissuti. La causa in
cui sono morti continuerà, il nostro viaggio nello spazio andrà avanti".
Comandante: Rick Husband
Pilota: William McCool
Comandante del carico: Michael Anderson
Specialisti del carico e della missione: Ilan Ramon, Kalpana Chawla,
David Brown, Laurel Clark.
 |
Il disastro del Columbia |
Di nuovo, l'incidente crea un'ondata di malcontento verso le faccende spaziali.
La NASA decide di mandare in pensione gli shuttle, limitandone l'uso al completamento
della stazione spaziale entro il 2010 ed accettando, copo polemiche e discussioni,
soltanto un'ultima spedizione di riparazione del telescopio spaziale Hubble.
Sebbene sia dato sempre ampio spazio alle due tragedie dello Space Shuttle, giustamente
e doverosamente per chi ha dato la vita a questo progetto, occorre dire che comunque
si tratta di un progetto di successo, che ha fatto tanto per lla conquista dello
spazio e per l'acquisizione di dati, anche se indirettamente attraverso l'assemblaggio
della stazione spaziale ed attraverso la riparazione di uno strumento che all'astronomia
ha dato tanto, come l'Hubble Space Telescope.
Oggi sono ancora attivi tre shuttle: Endeavour, Atlantis e Discovery.
E' stato proposto di portare avanti fino al 2015 due navette, per un massimo
di 13 viaggi. Questo dovrebbe limitare il vuoto tra l'ultima missione dello shuttle
e la prima della navetta che lo sostituirà, l'Orion.
Torna su |
|
Il Buran, lo shuttle sovietico |
Prodotto dalla OKB-1 Korolev, alto 36,4 metri e con una apertura alare di 23,92
metri, il Buran è la risposta sovietica al programma STS degli Stati Uniti. Vista
la "minaccia-shuttle", il Cremlino elaborò dapprima un progetto di un piccolo veicolo
riutilizzabile, Spiral. Nel 1967, tuttavia, il Ministero dell'Industria
aeronautica (MAP), in concerto con il Ministero delle Costruzioni delle macchine
(MOM), riunisce gli esperti di questo progetto e di altri gruppi creando la NPO
Molniya, affidando l'incarico di costruire lo shuttle Buran (palla
di neve) finalizzato a necessità militari ed alla realizzazione della stazione spaziale
Mir 2.
Il gruppo di Boris Gubanov, successore di Korolev, presentò un progetto
che venne classificato come migliore, tuttavia il ritardo accumulato verso gli shuttle
americani rappresentò uno stimolo alla fretta e quindi alla enorme differenza qualitativa
che i sovietici raggiunsero rispetto ai rivali.
Il sistema prevede il grande razzovettore Energia, il più potente mai realizzato
con una portata di 100 tonnellate in orbita bassa. A questo si aggancia lateralmente
lo shuttle Buran, disegnato da Lozino-Lozinsly e realizzato dalla Molniya.
Non fu mai sviluppato un motore a razzo a idrogeno ed ossigeno liquidi, puntando
su un modello tradizionale (noto come RD-0120) e non riutilizzabile.
Il vettore Energia dispone di quattro motori di questo tipo che forniscono una spinta
di 800 tonnellate. Per raggiungere la potenza necessaria sono aggiunte due coppie
laterali di razzi Zenit a propellenti liquidi tradizionali (ossigeno e cherosene)
che garantiscono altre 3.200 tonnellate di spinta. Per accelerare si ricopia l'impostazione
aerodinamica dello Space Shuttle ma visto che il Buran non dispone di propulsore
riutilizzabile l'orbita viene raggiunta tramite il razzovettore Energia. La navetta,
quindi, dispone soltanto di due piccoli motori per le variazioni orbitali e per
il rientro sulla Terra.
Anche il Buran ha una stiva di 18 metri di lunghezza e 4,7 metri di larghezza che
può accogliere carichi di 20 tonnellate. Può ospitare 2 piloti e 8 passeggeri e
può rimanere in orbita per 30 giorni.
I progetti ci sono: si prevede la produzione di 10 navette e vengono addestrati
vari gruppi di astronauti ma la situazione, con Mikhail Gorbachev, cambiò drasticamente.
Nel 1987 il razzo Energia viene lanciato a Baikonur per la prima prova cosmica,
trasportando il carico militare Polyus al posto del Buran. Un problema al sistema
di controllo fa cadere il carico in mare, senza raggiungere l'orbita. Il secondo
lancio di prova, stavolta con il Buran senza equipaggio, viene effettuato con successo
il 15 novembre 1988: due orbite intorno alla Terra e rientro con atterraggio a Yubileiny.
Il Buran atterrato dopo il primo lancio di prova, e ultimo. Scortato da aerei militari.
Questo volo, di 206 minuti, resterà l'unico. Il crollo dell'URSS vede l'esaurirsi
dei finanziamenti e nel 1992 il programma viene chiuso. Il Buran viene riposto in
un magazzino, dove trova la distruzione il 12 maggio 2002 a causa del crollo del
tetto.
Torna su |
|
Gli shuttle del resto del mondo |
Negli anni Ottanta del Novecento anche l'ESA ha coltivato l'idea di dotarsi di una
navetta riutilizzabile, di dimensioni ridotte, da utilizzare insieme ad una piccola
stazione spaziale. La navetta fu battezzata Hermes, ma nel 1992 i ministeri
della Ricerca dei vari paesi che sovrintendono all'ESA, riuniti in Spagna, decidono
di cancellare entrambi i programmi a causa degli investimenti troppo ingenti e delle
tecnologie richieste, troppo evolute per la situazione europea dell'epoca.
La Russia, nel frattempo, torna ad accarezzare l'idea di una navetta riutilizzabile
e l'ESA si mostra interessata alla cooperazione.
Anche il Giappone e la Cina pensano ad una navetta: in Giappone si elabora il progetto
HOPE (H-II Orbiting Plane) relativo ad uno shuttle senza equipaggio, ma anche questo
progetto viene sospeso.
Torna su |
|
Orion e nuovo shuttle: il futuro americano |
I viaggi cosmici non sono diventati un obiettivo estraneo agli Stati Uniti, comunque.
Il proseguimento del progetto relativo alla Stazione Spaziale e quindi alla necessità
di raggiungerla, unitamente alle missioni lunari e marziane, fanno nascere l'esigenza
di un nuovo veicolo riutilizzabile.
L'idea per usi civili, però, viene abbandonata dalla NASA in favore di Orion,
una capsula in stile Apollo. Le navette riutilizzabili saranno forse riproposte
quando le tecnologie consentiranno e garantiranno l'economicità non raggiunta dagli
Space Shuttle.
Modellino del velivolo X-40
E' sempre il settore militare che continua però a portare avanti lo studio delle
navette riutilizzabili. Nasce così il velivolo X-37B OTV, ad opera congiunta di
Air Force, NASA e DARPA (agenzia di ricerca per la Difesa).
Si tratta di un veicolo lungo 8.4 metri, con una apertura alare di 4,6 metri, costruito
dalla Boeing. Inizialmente doveva essere portato in orbita nella stiva dello Space
Shuttle per poi rientrare in piena autonomia, ma in seguito ai disastri di Challenger
e Columbia il progetto viene rivisto prevedendo un lancio con un normale vettore.
Il progetto inizia nel 1999 con incarico della NASA alla Boeing e giunge al volo
libero di rientro del prototipo, portato in quota dal velivolo White Knight,
nel 2006.
Da questo inizio hanno vita l'X-37B e l'X-41, classificato.
Torna su |
|