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Argomenti della pagina
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Termini da conoscere
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Afelio,
Ascensione Retta,
Asteroide,
Atmosfera,
Atomo,
Campo magnetico,
Cometa,
Costellazione,
Declinazione,
Eclittica,
Elettrone,
Equatore,
Fotone,
Gravità,
Ione,
Kelvin,
Magnitudine,
Massa,
Meteorite,
Nucleo,
Perielio,
Pianeta,
Orbita,
Rivoluzione,
Rotazione,
Satellite,
Stella,
Unità Astronomica,
Vento solare
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Il pianeta Mercurio: Dati orbitali e dati fisici |
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Osservazione di Mercurio |
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Dati Fisici |
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Diametro |
Equatoriale: 4879,4 km
Polare: 4879,4 km |
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Schiacciamento |
0 |
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Masse terrestri |
0,055 |
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Densità media |
5,43 g/cm3 |
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Gravità |
3,70 m/s2 |
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Velocità di fuga |
4,30 km/s |
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Rotazione siderale |
58,6462 giorni |
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Obliquità su eclittica |
0,01° |
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Albedo |
0,106 |
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Magnitudine minima |
-2,3 |
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Temperatura superf. |
da -170°C a 350°C |
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Dati Orbitali |
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Distanza media dal Sole |
57.909.176 km
(0,3871 UA
3,22 minuti-luce) |
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Perielio |
46.001.272 km |
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Afelio |
69.817.079 km |
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Eccentricità |
0,205638 |
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Inclinazione su eclittica |
7,0051° |
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Rivoluzione siderale |
0,241 anni |
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Velocità media |
47,36 km/s
(58,98 perielio
38,86 afelio) |
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Rivoluzione sinodica |
115,88 giorni |
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Apogeo |
82.133.000 km |
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Perigeo |
217.149.000 km |
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Massimo diametro |
12,3'' |
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Minimo diametro |
4,6'' |
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Mercurio
è pianeta rocciolo, il
più piccolo del Sistema Solare ,
con un diametro minore della metà rispetto a quello
terrestre ed inferiore persino a quello di due satelliti del Sistema Solare come
Ganimede di Giove e Titano
di Saturno .
Dati orbitali
Orbita ad una distanza media dal Sole di 57.909.176 chilometri, pari a 0,3871 UA
oppure ancora a 3,22 minuti luce, in un periodo siderale (quindi rapportato alle
stelle fisse) di 87,99 giorni. Ciò significa che ogni 87,99 giorni vediamo Mercurio
tra le stesse stelle.
La distanza media deriva da una distanza di 46.001.272 chilometri al perielio, quando
il pianeta ha una velocità di 58,98 km/s, ad una distanza di 69.817.079 chilometri
all'afelio, quando il pianeta si muove alla velocità di 38.86 km/s. La velocità
media è quindi di 47,36 km/s.
L'eccentricità
orbitale è di 0,2056, a rappresentare l'orbita più ellittica di tutto il Sistema
Solare, mentre l'inclinazione rispetto all'eclittica
è di 7,005°, più di qualsiasi altro pianeta solare. L'inclinazione rispetto all'equatore
solare è invece di 3,38°.
L'avanzamento del perielio
Visto dall'esterno, Mercurio traccia un percorso a corolla di un
fiore anticipando il punto del perielio di 574 arcosecondi ogni secolo (il perielio
torna allo stesso punto ogni quarto di milione di anni). Questo ha rappresentato
sempre un problema per la Legge di Gravitazione Universale
tanto da metterla in crisi, visto che la figura tracciata da Mercurio
nel cielo differisce di 43 arcosecondi ogni secolo da quanto previsto dalla Legge
di Newton. A tutto ha posto rimedio Einstein con la Relatività
Generale :
il perielio di Mercurio avanza perché Mercurio,
al perielio, aumenta la propria velocità come descritto dalle Leggi di Keplero
e di conseguenza aumenta anche la sua massa relativistica. Questo produce una piccola
accelerazione nella velocità orbitale del pianeta, che raggiunge il punto di perielio
più velocemente di quanto previsto dalla Legge di Newton.
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Dati fisici
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Il pianeta Mercurio |
Mercurio non possiede satelliti naturali quindi la sua massa non può
essere calcolata con la Terza Legge di Keplero ,
ma gli effetti gravitazionali sprigionati
sul Mariner 10 durante i flyby
hanno consentito di stimare la massa del pianeta
in 3,3x1023 kg, circa
1/18 della massa terrestre.
La densità è di 5,43 g/cm3 ed è seconda soltanto alla
Terra (5,52), ma se andiamo a depurare l'effetto gravitazionale otteniamo che
Mercurio è considerevolmente più denso della Terra, con una densità
non compressa di 5,3 g/cm3 contro i nostri 4,4. La gravità all'equatore
è lo 0,284% di quella terrestre, con una velocità di fuga di 4,435 km/s.

Mercurio in proporzione con Terra e Luna
Con
un diametro equatoriale di 4.879 km, Mercurio
è poco più grande di un terzo della Terra (0,383), con un volume di 61 miliardi
di chilometri cubici che gli danno dimensioni pari a 1/18 del volume terrestre.
La forma del pianeta è correntemente ancora ignota con precisione,
visto che si tratta di un pianeta troppo piccolo per essere misurato da Terra. Tuttavia
dovrebbe scostarsi di poco da una sfera, formando un ellissoide triassiale con due
rigonfiamenti nel piano orbitale, dovuti all'influenza del Sole. E' inevitabile
che l'attrazione solare finisca con il deformare la crosta di Mercurio,
sebbene di poco. La superficie del pianeta è di circa 75 milioni quadrati, circa
il 15% di quella terrestre e quindi pari, quasi, all'Oceano Atlantico (due volte
la superficie lunare).
Inclinazione e periodo di rotazione
Dal momento che l'asse di rotazione del pianeta è inclinato di solo 0,01° rispetto
al piano orbitale, il pianeta non presenta stagioni. Il cielo è caratterizzato da
un polo nord posto a AR 18h 44m 2s e declinazione 61,45°, nella costellazione del
Drago ,
a metà strada tra la stella Polare
e Vega .
Nessuna stella indica con precisione il Nord per Mercurio, mentre
il Sud è indicato molto da vicino dalla stella Alfa Pictoris, di magnitudine 3,31.
Mercurio ruota sul proprio asse in 58 giorni, 15 ore e 30 minuti
ad una velocità equatoriale di 10,89 km/h, circa 154 volte inferiore rispetto alla
velocità equatoriale terrestre.
Mercurio sperimenta una risonanza di 3:2 con il
periodo di rivoluzione, ruotando tre volte intorno al proprio asse mentre compie
due rivoluzioni intorno al Sole. Ciò vuol dire che il pianeta alterna le facce al
Sole ad ogni perielio. Un risultato è la presenza di due punti caldi sul pianeta,
sull'equatore, uno a 0° e l'altro a 180° di longitudine, che giacciono proprio davanti
al Sole nei punti di perielio.
La temperatura sulla superficie di Mercurio varia da 740 K nei
punti caldi di perielio fino a 90 K nelle zone oscure del pianeta. Non esistono
moderazioni dovute all'atmosfera: la temperatura crolla di notte e sale vertiginosamente
di giorno. A causa dell'assenza di un meccanismo di distribuzione del calore ricevuto
dal Sole e della sua rotazione
estremamente lenta, che espone lo stesso emisfero alla luce solare diretta per lunghi
periodi, l'escursione termica su Mercurio è la più elevata
finora registrata nell'intero sistema solare.
Se vivessimo su Mercurio e guardassimo l'alba, dovremmo attendere
44 giorni per vedere il Sole arrivare allo zenit ed altri 44 giorni (terrestri)
per vederlo tramontare. Un giorno "completo" su Mercurio dura 176
giorni terrestri, un tempo più lungo del periodo di rotazione e due volte la durata
dell'anno di Mercurio.
Un particolare tipo di alba può essere osservata da due punti particolari dell'equatore,
posti a 90° e 270° di longitudine: in questi punti è possibile alternare alba e
tramonto quando il pianeta è al perielio. Il Sole impiega più di quattro giorni
terrestri per portarsi sopra l'orizzonte aumentando il proprio diametro apparente
da 96 a 102 arcominuti, dopo di che sprofonda nuovamente dietro l'orizzonte per
circa otto giorni prima di ricominciare di nuovo a sorgere diminuendo lentamente
il proprio diametro apparente. Il disco solare esce completamente dall'orizzonte
18 giorni dopo la sua prima apparizione. Questa bizzarra danza, unica in tutto il
Sistema Solare, è causata dall'orbita del pianeta intorno al Sole nel punto di perielio.
In questi momenti, nei punti equatoriali di longitudine 0 e 180° è possibile, invece,
vedere il Sole oscillare intorno al punto di zenit.
La sonda Messenger
La sonda Messenger (MErcury Surface, Space ENvironment, GEochemistry and
Ranging) è stata lanciata il 3 agosto del 2004 e ad oggi, Maggio 2010,
ha effettuato flyby del pianeta il 14 gennaio 2008, l'8 ottobre 2008, il
29 settembre 2009. Dal giorno 18 marzo 2011, la sonda Messenger sarà il
primo satellite artificiale in orbita intorno al pianeta Mercurio.
Sebbene questi voli radenti abbiano lo scopo di impostare l'orbita in vista del
2011, hanno rappresentato una grande occasione per mappare la superficie mercuriana
più di quanto avesse potuto fare la sonda precedente, la Mariner 10, nel
1974. |
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La struttura del pianeta |
Dopo la formazione del Sistema Solare ,
il pianeta Mercurio era una massa singola
omogenea ma il seguente riscaldamento ha portato il materiale a disporsi e separarsi
in base alla densità, in un processo noto come differenziazione.
Le dimensioni relative del nucleo di Mercurio rispetto a quello terrestre
Le fonti di riscaldamento
erano svariate: pressione interna, decadimento radioattivo di elementi e riscaldamento
prodotto da impatti asteroidali. La differenziazione ha portato i materiali più
pesanti a sprofondare nel cuore del pianeta formandone il nucleo,
mentre i materiali
più leggeri come il silicio, il magnesio e l'alluminio sono rimasti in alto a formare mantello e crosta. Tutti i pianeti terrestri
hanno una struttura interna simile,
tipicamente formata da un cuore metallico principalmente composto di ferro circondato
da un mantello di silicati e, ancora più all'esterno, una crosta di roccia solida.
La grande densità del pianeta, a dispetto del suo piccolo diametro, risulta da una
composizione che dovrebbe suddividersi tra ferro al 70% e silicati al 30%. Molto
del ferro è contenuto in un enorme nucleo che misura 3.900 chilometri di diametro,
circa il 75% del diametro totale del pianeta! I silicati invece sono più presenti
nel mantello e nella crosta. In pratica, a fronte di un diametro di soli 4.879 chilometri circa, presenta una densità effettiva superiore a quella di ogni
altro pianeta solare, il che lascia pensare ad un nucleo metallico (ferro, nichel
e tracce di zolfo) in proporzione veramente enorme. Il nucleo, come
detto, dovrebbe infatti rappresentare
il 75% del diametro planetario (per la Terra il valore è 54%) ed il 42% del volume
(12% per la Terra). Ne segue che crosta e mantello hanno uno spessore di soli 600
chilometri. L'immagine mostra la struttura
di Mercurio
in confronto a quella terrestre: il nucleo è proporzionalmente molto
più grande su Mercurio che sulla Terra.
In seguito alla differenziazione è probabile che il cuore di ferro di Mercurio
sia
stato arricchito anche da un impatto di un altro corpo planetario dal nucleo di
ferro: i due nuclei potrebbero essersi fusi mentre le sostanze volatili più leggere
potrebbero essere state soffiate via dai venti solari o consumate proprio dal Sole.
Le simulazioni parlano di un corpo "proiettile" di massa pari ad 1/6 della massa
del proto-Mercurio, mosso ad una velocità di 126.000 km/h. Come vedremo a
breve, però, la sonda Messenger sembra aver negato questo evento.
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Il campo magnetico ed il nucleo di Mercurio |
Nel 1974 la sonda Mariner 10 scopre il campo magnetico
dipolare del pianeta Mercurio, netto anche se debole. Mercurio
presenta infatti un campo magnetico con poli caricati positivamente e negativamente,
come la Terra. Come nella Terra, inoltre, l'asse magnetico è in linea con l'asse
di rotazione, con un discostamento di soli 14°. Il campo magnetico ammonta a 0,002
Gauss, circa un centesimo della forza del campo magnetico terrestre. Questo implica
che dovrebbe essere generato da una dinamo interna in grado di trasformare energia
meccanica in energia magnetica, ma ci sono ancora pochi dati a disposizione per
capirne il modo. In passato si è pensato ad un magnetismo di tipo fossile, residuo
della magnetizzazione della crosta di ferro un tempo presente, oppure ad uno strato
fluido che separa la crosta dal cuore.
Un campo magnetico del genere richiede infatti in teoria un nucleo planetario
caldo, il che è difficile da pensare per un corpo piccolo come Mercurio.
Proprio questo problema è stato analizzato dal 2001 da G. Shubert all'Università
della California, che ha proposto la presenza di zolfo, insieme al ferro, come giustificazione
al mantenimento del nucleo planetario allo stato liquido. La presenza dello zolfo
indurrebbe il ferro a trasformarsi parzialmente in solfuro ferroso, senza incidere
più di tanto sulla densità media globale visto che ferro e solfuro ferroso hanno
una densità molto simile. In pratica, l'aggiunta di zolfo abbassa la temperatura
di fusione del nucleo di ferro metallico consentendo anche ad un corpo di piccola
massa come Mercurio di mantenere un nucleo parzialmente fluido
per tempi astronomici.
Un altro problema però era presente: il campo magnetico di
Mercurio ha una
intensità pari a un centesimo di quello terrestre, ma è improponibile un meccanismo di formazione come quello che ha dato vita al magnetismo
del nostro pianeta. La Terra
infatti si basa su correnti convettive in un nucleo metallico fuso velocemente co-rotante
col pianeta, ma la rotazione di Mercurio è troppo bassa per avere un effetto simile. Proprio
su questo dilemma si stanno impegnando Jie Li e Bin Chen dell'università
dell'Illinois, simulando addirittura in via sperimentale il comportamento dei materiali
presenti nei nuclei planetari.
Riguardo ai pianeti di massa compresa tra quella terrestre e quella lunare, i due
scienziati utilizzano miscele di ferro arricchito fino al 12% di zolfo, sottoponendole
a pressioni e temperature tipiche di corpi celesti della taglia indicata (da 10
a 150 GPa, con 1 GPa pari a 10.000 atmosfere, e temperatura da 1000 a 6000°C).
Per quanto riguarda Mercurio, la pressione viene portata intorno
ai 14 GPa, quindi a 14.000 atmosfere. I risultati sono stati sorprendenti: in miscele
ferrose al 5-7% di zolfo, con temperatura di 1600°C, inizia la precipitazione di
cristalli di ferro con aumento della percentuale di zolfo nella miscela sovrastante.
Questo ha un ruolo importante nel nucleo di Mercurio, sempre ammesso
che contenga realmente zolfo: il progressivo raffreddamento del nucleo produce una
continua pioggia di cristalli di ferro verso il centro e, contemporaneamente, un
progressivo arricchimento in zolfo dello strato più esterno.
Rappresentazione del campo magnetico di Mercurio
In tal caso, il nucleo di Mercurio sarebbe composto da ferro cristallino
puro, avvolto da una miscela di solfuro ferroso che riesce a mantenersi allo stato
fuso grazie al progressivo aumento della percentuale di zolfo.
Secondo Li e Chen, proprio la precipitazione dei cristalli produce
la nascita del campo magnetico dipolare, che risulta centrato nel nucleo e disassato
di soli 2° rispetto all'asse di rotazione.
I dati della sonda Messenger rispecchiano quelli del Mariner 10:
la forma dipolare è rimasta intatta sia per quanto riguarda la struttura tridimensionale
sia per il fatto che non deriva da componenti fossili.
Ovviamente i dettagli del campo magnetico saranno molto più evidenti quando la sonda
Messenger entrerà in orbita su Mercurio, visto che allora
potrà calcolare ogni irregolarità del campo ed ogni anomalia interna.
Mentre il campo magnetico è troppo debole per produrre una fascia di particelle
cariche come la fascia di Van Allen intorno alla Terra, la pressione del
vento solare distorce la geometria della magnetosfera del pianeta. Il campo
magnetico di Mercurio deflette il vento solare, rallentandolo e creando un'onda
d'urto nota come shock. La parte che è rivolta verso il Sole arriva a 1,5 raggi
dalla superficie del pianeta mentre la parte opposta arriva a 15 raggi di Mercurio
di lunghezza.
La formazione del nucleo di Mercurio
Sebbene ancora caldo, il nucleo di Mercurio si è molto
raffreddato rispetto alle condizioni iniziali e di questo sono testimonianze visive
le scarpate scoperte dal Mariner 10 e confermate a livello planetario dalla
Messenger. Il raffreddamento interno deve aver ridotto
di volume il nucleo
di un buon 75% del diametro, con ripercussioni sul sottile mantello e sulla superficie.
Proprio da questo raggrinzimento del pianeta derivano le scarpate superficiali.
Ma come è possibile che un pianeta così piccolo abbia un nucleo di dimensioni così
eccezionali?
Ci sono due teorie dominanti: la prima, teorizzata da Willy Benz dell'università
di Berna, parla di un impatto risalente a 50 milioni dopo la formazione del pianeta.
All'epoca il pianeta doveva avere una massa pari a 2,5 volte quella attuale e venne
strisciato da un oggetto planetario di 0,03 masse terrestri. I due nuclei metallici
si fusero mentre soltanto il 50% dei frammenti rocciosi cadde di nuovo sul pianeta.
Se tutto ciò è vero, la superficie di Mercurio dovrebbe essersi
impoverita in termini di materiali volatili come ossido di ferro e ossido di titanio.
La seconda teoria riconduce il tutto all'estrema vicinanza di Mercurio
al Sole: i forti venti solari avrebbero fatto evaporare una buona parte della frazione
superficiale ricca di sodio e potassio, quindi la crosta dovrebbe essersi arricchita
della componente metallica meno volatile.
A questo punto occorre misurare la quantità di ferro e titanio per scegliere la
prima o la seconda alternativa: se sono presenti in piccola quantità si preferisce
l'impatto mentre in caso contrario si preferisce l'attività solare.
Messenger ha avuto un ruolo importante in questa misurazione, calcolando
l'energia dei raggi gamma e dei neutroni che la crosta di Mercurio
emette sotto la pioggia dei raggi cosmici .
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La superficie dei pianeti viene costantemente bombardata da raggi cosmici galattici
ad alta energia. Questi raggi colpiscono gli atomi della crosta superficiale e possono
disintegrare il nucleo liberando neutroni ad alta energia che, attraversando il
resto del materiale, si trasformano in neutroni "termici". Questi neutroni sono
assorbiti molto bene da atomi di ferro e titanio. |
Un cratere di Mercurio circondato da materiale scuro
Il
flusso di neutroni molto basso riscontrato dalla sonda gioca a favore di una grande
quantità di ferro e titanio, quindi sembra proprio che l'enorme dimensione del nucleo
sia dovuta ad una azione di sublimazione selettiva delle parti più volatili da parte
del riscaldamento solare.
Ma in che forma sono presenti ferro e titanio sulla superficie di Mercurio?
Si ritiene probabile la presenza di ilmenite, un ossido di ferro e titanio di origine
magmatica, molto scuro e quindi visibile anche ad occhio. Ed ancora una volta Messenger
sembra confermare il tutto, mostrando le foto di spettacolari crateri circondati
da aloni scuri. La prova definitiva dovrebbe arrivare dalle analisi spettrografiche
della zona, che avverranno a partire dal 2012 quando la sonda sarà in orbita fissa
intorno al pianeta.
Proprio queste composizioni scure portano ad un altro discorso innovativo rispetto
a quanto pensato ai tempi del Mariner 10: l'attività geologica del pianeta
Mercurio.
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Il passato vulcanico di Mercurio |
Il Mariner 10 ci lasciò l'idea di un corpo spento da miliardi di anni,
come la Luna. In realtà non è così e la sonda Messenger ce ne ha dato testimonianza.
Si ha infatti notizia di una attività vulcanica passata, intensa e globale. Il 40%
della superficie di Mercurio è infatti coperta da pianure di magma
risalenti a circa 3,5 miliardi di anni fa, mentre altre strutture sembrano forgiate
da attività vulcanica più recente.
Spider su Mercurio
Sul
bordo meridionale del bacino Caloris è visibile una decina di macchie ad
alta emissione infrarossa che altro non sono se non strutture vulcaniche a pareti
lisce e cono centrale irregolare.
Altra struttura molto particolare è quella battezzata The Spider (il ragno),
data da una raggiera profonda che sembra convergere proprio al centro di Caloris.
Si tratta di almeno 250 fessure discontinue, lunghe dai 5 ai 150 chilometri e larghe
da 1 a 5 chilometri. Questa formazione è nota come Pantheon Fossae, e nel
suo baricentro è presente Apollodorus, una impronta poligonale a picco
centrale molto simile ad un cratere da impatto di 40 chilometri di diametro. Può
essere un impatto, anche se è curioso che il proiettile che lo ha creato abbia colpito
l'esatto baricentro del cratere.
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L'atmosfera di Mercurio |
Essendo un pianeta piccolo e vicino al Sole, non è sorprendente che l'atmosfera
di Mercurio sia molto lontana da quella che circonda Venere, la Terra e Marte. Qualsiasi
atmosfera sia stata presente su Mercurio al tempo della formazione è stata presto
dissipata nello spazio. In realtà la sonda
Messenger ha captato la presenza di un involucro gassoso molto debole e
caldo, che sfugge sempre verso l'esterno tanto da rappresentare una esosfera più
che una atmosfera.
Le originarie molecole atmosferiche sono
sfuggite quasi subito al pianeta a causa della sua bassa gravità superficiale, non in grado di trattenerle.
Soltanto dalla seconda metà degli anni 80, A. Potter e J.Morgan
dell'Università del Texas hanno scoperto questa leggera patina atmosferica.
La densità atmosferica è di soli
105 atomi per centimetro cubico, il che è molto inferiore al vuoto che si riesce
a creare nei laboratori terrestri.
La pressione atmosferica al suolo è nell'ordine di un millesimo di pascal
(un trilionesimo della pressione atmosferica terrestre a livello del mare). Una particella atmosferica potrebbe percorrere tranquillamente 300.000 chilometri
prima di urtarne un'altra.
L'atmosfera di Mercurio è quasi indistinguibile. In termini di composizione,
è formata
da ossigeno (42%), sodio (29%), idrogeno (22%), elio (6%), calcio (0,5%) e potassio
(0,5%), oltre a tracce di diossido di carbonio, acqua, nitrogeno, argon, xenon e
neon.
Altri dati parlano di potassio (31,7%), sodio
(24,9%), ossigeno atomico (9,5%), argon (7,0%) elio (5,9%), ossigeno molecolare
(5,6%), azoto (5,2%), anidride carbonica (3,6%), acqua (3,4%), idrogeno (3,2%). In realtà, durante il secondo flyby del 2008 da parte della sonda Messenger,
la composizione è risultata diversa rispetto
ai primi dati, il che è normale data la diversa posizione del pianeta rispetto
al Sole.
Non si tratta però di uno stabile inviluppo di gas, visto che gli atomi vengono
continuamente persi e rimpiazzati. Gli atomi di idrogeno ed elio derivano probabilmente
dal vento solare, trattenuto temporaneamente dal campo magnetico del pianeta prima
di essere affidato allo spazio. Altri costituenti atmosferici sono invece liberati
dalla crosta planetaria dall'impatto di fotoni energetici e ioni provenienti dal
Sole e da impatti micrometeorici.
Elio, sodio e potassio sono forniti anche dal decadimento radioattivo di elementi
interni alla crosta di Mercurio, mentre eventi di degassazione attraverso le fessure
della crosta possono occasionalmente far fuoriuscire quantità di gas solforoso.
Impatti cometari occasionali possono invece liberare quantità di vapore acqueo ed
altre sostanze che ghiacciano nella parte non illuminata del pianeta e sublimano
appena arrivano i raggi del Sole.
Ai poli, una spiccata riflettività rilevata già nel 1999 con il telescopio di Arecibo
lascia pensare che ci siano formazioni
ghiacciate proprio come accade per Terra e Marte. In effetti, la presenza di
crateri nelle regioni polari potrebbe far sì che il ghiaccio resti presente nel
fondo dei crateri stessi, mai raggiunto dai raggi solari e mantenuto ad una
temperatura di circa -160°C, che consente la stabilità del ghiaccio su tempi
geologicamente molto lunghi.
Per maggiori dettagli si attende
che Messenger entri in orbita polare.
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La superficie di Mercurio |
STORIA
La storia geologica di Mercurio è stata ordinata in cinque periodi distinti basati
sulle relative età:
- Pre-Tolstojana: Tolstoy è un bacino multiring da impatto
che misura 510 chilometri di diametro. Il periodo inizia nelle prime fasi della
storia di Mercurio, circa 4,6 miliardi di anni fa. La fusione globale degli strati
più esterni della crosta di Mercurio può aver prodotto un oceano di magma simile
a quello che si pensa possa aver coperto la nostra Luna. Un simile episodio potrebbe
aver prodotto una ulteriore differenziazione, consentendo ai minerali a bassa densità
di affiorare sulla crosta formando una crosta simile a quella lunare. Le condizioni
su Mercurio, appena formato, erano molto instabili. Meteoroidi ed asteroidi continuavano
ad impattare il pianeta, rimescolando continuamente la crosta del pianeta e producendo
crateri che rappresentano le unità geologiche più anziane del pianeta. Questi crateri
sono tutt'ora visibili lungo la superficie di Mercurio. Questi bacini antichi e
le loro strutture ad anelli concentrici sono stati identificati attraverso vari
criteri, includendo l'identificazione di catene montuose e di monti isolati scovati
in strutture più giovani, scarpate e caratteristiche topografiche di grande rilievo
trovate in aree craterizzate, ecc. Durante questo periodo di bombardamento pesante,
il materiale fuso riuscì ad uscire attraverso i punti deboli della crosta e si diffuse
in tutta la superficie del pianeta sottoforma di lava, riempiendo i bacini esistenti
e producendo alcune delle pianure che ora coprono alcuni dei bacini più anziani.
Proprio le pianure inter-cratere sono le strutture più diffuse nel paesaggio di
Mercurio. Un tale scenario si verificò circa 4 miliardi di anni fa.
- Tolstojana: Tolstoy è un bacino multiring da impatto che
misura 510 chilometri di diametro. Tra i 3,8 ed i 4 miliardi di anni fa ci fu un
periodo noto come Late Heavy Bombardment: milioni di asteroidi vennero
attratti gravitazionalmente dai corpi maggiori come Giove, Urano e Nettuno e finirono
per entrare nel Sistema Solare interno bombardando pianeti come Mercurio stesso,
Venere e la Terra. Anche Marte e la Luna ebbero la loro forte dose di crateri proprio
in questo periodo. Inizia con questo evento l'Era Tolstojana, con la formazione
del bacino multiring Tolstoy vicino l'equatore, che termina 3,8
miliardi di anni fa con la formazione del bacino Caloris, in seguito
all'impatto più significativo della storia di Mercurio.
- Caloriana: Caloris è un bacino multiring da impatto che
misura 1.340 chilometri di diametro. L'impatto Caloris ha prodotto un vasto bacino
la cui struttura ad anello abbraccia quasi un emisfero di Mercurio. Numerose strutture,
vallate e catene di crateri legate all'impatto Caloris sono state rintracciate.
Il cratere maggiore misura 1.340 chilometri di diametro ed è battezzato Monte
Caloris. Le onde sismiche dell'impatto hanno attraversato la crosta
focalizzando la loro energia in un punto al centro di Caloris, distruggendo le precedenti
strutture e fornendo un paesaggio collinare. Nel frattempo, il nucleo di Mercurio
si raffredda riducendo di 3 chilometri il proprio diametro e facendo "piegare" la
superficie tagliando la topografia esistente in scarpate di diversi chilometri di
lunghezza e fino a 3 chilometri di altezza. Il terreno più giovane di Mercurio
consiste di pianure smussate che occupano circa il 15% della superficie planetaria.
Con pochi crateri ed attraversate qua e là da creste e rughe, le pianure hanno una
composizione differenziata. Si ritiene che possano essere coperte da materiale espulso
dagli impatti sotto forma di ejecta. Comunque, sembra proprio che la modalità di
origine di queste pianure sia riconducibile ad un episodio di vulcanismo indotto
dall'impatto Caloris, quando si sono sviluppate le liscie pianure Suisei,
Odino e Tir Planitiae. Dopo questo evento, Mercurio
è rimasto geologicamente tranquillo a parte occasionali meteoroidi, piccoli asteroidi
e comete.
- Mansuriana: Mansur è un cratere da impatto che misura 100 chilometri
di diametro. Questa fase è caratterizzata da una assenza di attività vulcanica a
larga scala e da una rapida diminuzione del tasso di impatti e va dai 3,5 miliardi
di anni fa ad 1 miliardo di anni fa. Probabilmente in questo periodo si è formato,
dalle comete, molto del ghiaccio che oggi si trova nei fondali dei crateri perennemente
in ombra.
- Kuiperiana: Kuiper è un cratere da impatto che misura 62 chilometri
di diametro. L'impatto che ha formato il cratere è avvenuto più o meno un miliardo
di anni fa. I crateri di questa era, a partire proprio da Kuiper, mostrano una raggiera
abbastanza brillante di ejecta.
SUPERFICIE (dettagli superficiali)

Piantina superficiale del pianeta Mercurio
La superficie di Mercurio è stata svelata totalmente soltanto nel 2008-2009,
quando la sonda della NASA Messenger è riuscita a fotografare il lato rimasto sempre oscuro del
pianeta. Vulcani spenti, pianure di lava estese per milioni di chilometri, canali
e faglie a profusione: e' la superficie del pianeta Mercurio
che emerge dalla mappa ottenuta grazie ai dati dalla Messenger. Le informazioni alla base degli studi
sono state inviate nel gennaio e nell'ottobre 2008 durante i primi due dei tre avvicinamenti previsti
a Mercurio.
Simile alla Luna all'esterno, sebbene ci siano importanti differenze di formazione, e simile alla Terra all'interno,
Mercurio è un pianeta paradossale. In verità, non soltanto Mercurio
e la Luna hanno subito urti con meteoriti;
è tuttavia normale che i pianeti in possesso di un'atmosfera consistente risentano
in misura assai minore dell'effetto degli impatti, poiché i corpi incidenti
vengono fortemente erosi dall'attrito atmosferico. Inoltre l'atmosfera stessa
erode lentamente la superficie del pianeta, cancellando le tracce dell'urto.
Ad una occhiata superficiale, la prima cosa che si nota è la pesante craterizzazione della superficie planetaria
e l'appartenenza dei crateri alla famiglia dei crateri da impatto. Molti di essi sono molto anziani, largamente erosi
e sepolti da caratteristiche più giovani come crateri più recenti e relative ejecta. Il fondo di molti di questi
crateri anziani è stato coperto da lava. I grandi bacini multiring, nella loro forma a raggio e con il loro riempimento
di lava come quelli trovati sulla Luna non sono così visibili immediatamente. Ad una attenta analisi superficiale, però,
si scopre una complessa storia di bombardamenti, alcuni su larga scala, più due distinti episodi di fuoriuscita di lava,
combinati con un aggiustamento della crosta dovuto al restringimento del nucleo di Mercurio.
Alcuni dei crateri più giovani si trovano al centro di sistemi di raggi colorati comprendenti ejecta formati dai processi
di impatto. Queste ejecta sono formati prevalentemente da roccia polverizzata oltre che da tracce del corpo che ha determinato
l'impatto. Questo materiale è andato a sua volta ad impattare nelle zone adiacenti formando cerchi secondari e creando
la regolite di Mercurio. La natura rotante dei cerchi e la loro piccola estensione, comparata ai più giovani crateri
lunari di simile dimensione, attesta che la gravità di Mercurio è due volte quella della Luna: il materiale infatti
finisce prima sul suolo perché maggiormente attratto.
Le pianure, ad eccezione di Borealis
Planitia e Planitia Caloris,
prendono il nome di Mercurio
nelle diverse lingue. Le valli hanno il nome delle
installazioni radio terrestri grazie alle quali è stato determinato il periodo di
rivoluzione di Mercurio. Le scarpate hanno il nome delle navi del
XV secolo, dal momento che Mercurio
era il dio dei viaggi e dei commerci. Due dorsali
hanno il nome di astronomi, mentre i crateri sono stati battezzati con i nomi risalenti
alle arti ed all'umanesimo, tranne il cratere Kuiper (astronomo)
ed il cratere Hun Kal (termine Maya).
Apollonia si colloca nell'emisfero boreale del pianeta, a longitudine
pari a 45°E. Aurora, invece, è nell'altro emisfero, a 90°O.
Al suo interno le formazioni principali sono la Victoria Rupe, la Endeavour Rupe,
il cratere Derzhavin e gli altri crateri come Sholem Aleichem,
Stravinsky e Vyasa.
Nella regione Australia, posta sotto il 70° parallelo Sud, sono presenti le formazioni
Adventure Rupe e Resolution Rupe con i crateri Boccaccio, Cervantes, Bernini,
Van Gogh, Ictinus e Leopardi.
Della superficie mercuriana ci sono poche immagini, scattate principalmente dalla
sonda Mariner 10. Con la Messenger verranno approfondite le conoscenze.
Il bacino più noto è il Mare Caloris, dal diametro
di circa 1340 km e profondo circa 9 chilometri: si tratta di una grande pianura
circolare circondata da anelli di monti che si innalzano per circa 2000
metri rispetto al terreno circostante. Questo bacino deve il suo nome al fatto
che si trova sempre esposto alla luce del sole durante il passaggio di Mercurio
al perielio e pertanto è uno dei punti più caldi del pianeta. Dovrebbe essere stato
originato da un meteorite, circa 3,54 miliardi di anni fa. La collisione, spaventosa,
ha rischiato di spaccare il pianeta: agli antipodi del Mare, infatti, c'è una
fitta rete di fratture dovute probabilmente al contraccolpo dell'impatto. Il
corpo che ha fatto da proiettile dovrebbe aver avuto un diametro di circa cento
chilometri.
Il bacino più grande, invece, è il Mare Borealis, con 1530 chilometri di
diametro.
Durante il flyby dell'ottobre 2008 è venuto alla ribalta un nuovo grande
cratere, battezzato Rembrandt e con un diametro di circa 700 chilometri,
con una età stimata di 3,9 miliardi di anni e quindi risalente all'era del
bombardamento pesante (Late Heavy Bombardment - LHB) dei corpi interni
del Sistema Solare. Sebbene antico, non si tratta di uno dei crateri più vecchi
di Mercurio e consente lo studio del suo fondale, attraversato da una lunga
scarpata di oltre 1000 chilometri formata, si crede, dal raffreddamento del
pianeta.
La parte interna di Rembrandt è caratterizzata da una raggiera che si diparte
dalla regione centrale, da depressioni e da creste montuose di una tipologia
finora mai vista nel Sistema Solare. Si ritiene che le increspature derivino da
processi geologici molto diversi da quelli verificatisi nelle regioni adiacenti:
le catene rugose deriverebbero da compressione della crosta mentre le spaccature
dalla separazione di zone crostali.
La sonda Messenger, in pratica, ha consentito di far capire che a differenza
della Luna (alla quale Mercurio era stato sempre paragonato per formazione
morfologica) Mercurio deve il suo aspetto principalmente ad una attività
vulcanica passata che, ora, è certo si sia verificata. La sua natura è, quindi,
più simile a quella di Marte.
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